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Ascolto
Studiando la disciplina Reiki mi hanno insegnato il concetto di “solo per oggi”
Solo per oggi …. non mi arrabbierò e così via.
L’ invito questa volta per chi legge è : solo per oggi… ascolterò.
Sì provate solo ad ascoltare le persone per un giorno intero vedrete che questo
cambierà il vostro centro di attenzione nella giornata e vi porterà a delle belle scoperte.
E’ semplice scordarsi di prestare ascolto, questo avviene spesso. Quante volte non riusciamo a
dire tutto quello che vorremmo ?
Sei più felice se…
Vivere più felicemente è possibile .
Bisogna però tenere conto di ciò che ci può rendere infelici.
Le principali cause di sofferenza e infelicità sono:
- Aggrapparsi all’ idea di permanenza in un mondo impermanente
- Temere i cambiamenti
- Ignorare la propria vera identità
- Identificarci con il nostro “ego”
- Aver paura della morte.
Questi sono tutti aspetti che vengono affrontati quando abbiamo un certo grado di consapevolezza spirituale.
Se siamo materialisti faremo fatica a non aver paura della morte e spesso ci identificheremo con ciò che gli altri dicono
di noi , con il nostro ego.
La cosa peggiore però è restare all’ oscuro di chi siamo veramente. Credo che sia la cosa che crea più sofferenza in assoluto perchè
tutti i nostri sforzi difficilmente seguiranno il flusso vero della vita.
Usciamo dalla sofferenza solo quando applichiamo anche uno solo di questi principi:
- Riconosciamo il fluire di tutte le cose
- Lasciamo andare e non ci aggrappiamo a nulla
- Siamo di più della etichetta sociale che ci viene data
- Ci domandiamo ” Chi sono io veramente?”
- Non temiamo la morte.
A ben guardare questi 5 principi hanno un denominatore comune.
Questo denominatore è il focus sulla consapevolezza di ciò che accade dentro e fuori di noi. Vivere veramente.
Apparenze
Il viandante scalcagnato entrò col figlioletto nel vestibolo del sontuoso albergo, si diresse verso la cattedra del portiere e, dopo aver a lungo frugato nella rigonfia borsa spelacchiata che mai lo abbandonava, ne trasse un biglietto da visita e lo porse all’uomo gallonato.
«Mi annunzi al direttore» disse.
Il portiere, che intanto aveva squadrato dall’alto in basso lo strano personaggio, le sue scarpe malridotte e il nodoso bastone che a costui serviva per tener lontano i cani da pastore nelle sue lunghe peregrinazioni, dié un’occhiata al cartoncino. Di colpo, sbalordito, fece una riverenza al nuovo venuto e corse ad annunziarlo.
Sul biglietto si leggeva:
«S.E. prof. ing. avv. comm. Pasini».
Dopo poco dall’alto della scalea si precipitava giù il direttore dell’albergo in persona che, chiamato mentre stava per andare a letto, stava terminando di infilarsi il tight. Col biglietto in mano fece un profondo inchino al visitatore e: «In che posso servirla, eccellenza?» disse.
Il viandante scalcagnato si schermì.
«Non sono eccellenza» fece, modesto.
«Ma sul suo biglietto è stampato S.E.» osservò l’altro.
«Sono le iniziali del mio nome: Silvio Enea.»
Il direttore era rimasto un po’ smontato.
«Bene professore,» fece «dica pure.»
Nuovamente l’altro ebbe un cortese gesto di protesta come chi non ambisca i titoli.
«Non sono professore» disse.
«Ma questo “prof.”?»
«Abbreviazione di profugo» spiegò il nuovo venuto. «Sono profugo d’un campo di concentramento.»
«Mi dispiace molto ingegnere» fece il direttore, dopo aver data un’altra occhiata al biglietto da visita.
«Non sono ingegnere» mormorò il visitatore.
«Eppure,» disse l’altro «qui c’è un “ing.”. Non vorrà dirmi» aggiunse in tono rispettosamente scherzoso «ch’ella sia un ingenuo o un ingiusto, e tanto meno un ingeneroso.»
«Ingegnoso,» precisò il viandante «nient’altro che ingegnoso. E gliela prova fra l’altro il fatto d’indicare questa mia virtù con un’ abbreviazione che talvolta mi procura dei vantaggi.»
«Ah,» fece il direttore, con una certa freddezza «allora la chiamerò soltanto col suo titolo di avvocato.»
Il nuovo venuto fece spallucce.
«Quale titolo?» esclamò tra stupito e divertito per l’equivoco. «Quale avvocato? Quando feci fare i biglietti da visita non ero in pianta stabile nel posto che occupavo. Ciò le spiega quell’”avv.” che tanto l’ha impressionato e che sta per avventizio.»
«E qual era questo posto, commendatore?» domandò l’uomo in tight con deferenza; ché anche il titolo di commendatore, per quanto svalutato, merita qualche considerazione.
L’altro si fece serio.
«Non sono commendatore» precisò. «Non mi piace attribuirmi titoli che non ho. E ai quali non tengo.»
«Eppure qui dice “comm.”» scattò il direttore. «Oh, perdio santissimo, non sono mica cieco. Leggete anche voi.» E sventolava il biglietto sotto gli occhi del portiere ammutolito.
Il viandante scalcagnato non si scompose.
«Abbreviazione di “commissionario”» disse con cortese fermezza. «Ero commissionario d’albergo.»
S’udì un tonfo.
Il portiere gallonato, che aveva assistito alla scena, cadde lungo disteso. Il fatto che colui ch’egli aveva ritenuto, non soltanto commendatore, ma addirittura eccellenza, fosse invece un semplice commissionario fu per il brav’uomo il crollo di un’illusione. Tanto più che, tratto in inganno da quella sfilza di presunti titoli, egli aveva elargito al personaggio parecchi rispettosi inchini. Non si risollevò più dal colpo. Colto da un febbrone, in breve volger di tempo morì. Ma per fortuna la catastrofe avvenne dopo la fine della scena che è oggetto del presente racconto.
Quindi non saremo tenuti a rattristare i lettori con la descrizione d’una degenza complicata da un doloroso delirio.
Per il direttore dell’albergo, intanto, la notizia che il presunto commendatore altri non fosse che un commissionario fu una doccia fredda sul suo entusiasmo di poc’anzi.
«Dica, Pasini» mormorò seccamente.
L’altro scosse il capo.
«Che?» urlò il direttore. «Scuote il capo? Non sarebbe per caso nemmeno Pasini? Questo è troppo.»
Ma l’altro lo tranquillizzò.
«Scuoto il capo per passatempo» disse.
«Bene, brav’uomo» borbottò il direttore; e dovette far forza a se stesso, ché non gli era facile dar del brav’uomo a uno che pochi istanti prima egli aveva creduto un commendatore.
«Che cosa desidera?»
«Vorrei essere assunto come facchino.»
«E mi fa anche alzare dal letto?» urlò il direttore. «Siamo al completo! »
Gli voltò le spalle piantandolo in asso.
Il viandante scalcagnato affondò il biglietto nella borsa e col figlioletto per mano si allontanò nella notte.
(Achille Campanile Il biglietto da visita )
Questo racconto mi fa riflettere veramente sui titoli che si attribuiscono le persone. Nulla alla fine è come sembra.
O piuttosto è meglio riflettere su quello che ci troviamo davanti. I fatti contano più delle apparenze.
Di solito non mi soffermo su ciò che di primo acchito mi appare, mi piace invece approfondire la conoscenza di cose e persone.
Forse questa nostra epoca è proprio così più presa da ciò che tende ad apparire che alla sostanza vera delle cose.
Non accontentiamoci.
Mai.
Il computer inutile

” I computer sono inutili . Non possono dare altro che risposte.” ( P. Picasso)
Peccato che Picasso non ha visto Internet . Forse avrebbe cambiato idea. A loro modo anche i computer
sono creativi, o meglio hanno permesso cose a livello creativo e grafico che un tempo solo gli uomini si sognavano.
Ma Picasso probabilmente non sapeva della capacità dei computer di generare eventi casuali; la casualità è anche una forma
di creatività , forse la più potente. Esempio ?? I surrealisti hanno creato delle opere d’ arte proprio dalla casualità e fondato un
movimento creativo che ha la sua ricaduta su di noi ancora oggi.
Dunque non sono ora tanto d’ accordo con Picasso. I computer si sono evoluti e con essi anche noi.
Anima espansa

“La gioia divina giunge con l’ espansione del sè.
La sofferenza , invece , è il frutto dell’ egoismo
di un ego che si contrae in sè stesso.” (Yogananda)
Tutto parte dal ” conosci te stesso” .
Il conosci te stesso è un esercizio di consapevolezza di “sentire” e vivere chi siamo.
Quando siamo consapevoli dei nostri stati d’ animo è possibile lavorare su noi stessi
e realizzare l’ espansione del sè. Basta sintonizzarsi sulla gioia, chiedersi ” Cosa mi fa stare bene?”
E sopratutto ci accorgeremo che non è qualcosa di materiale che ci fa stare bene.
E’ lo stare con gli altri condividere quello che siamo e facciamo.


